Ferdinandea, l’isola che non c’è (ma che ha personalità multiple)

Che l’Italia sia un paese vulcanico non è certo una novità: più o meno famosi, i vulcani fanno parte del patrimonio geologico, naturalistico, storico e culturale del nostro Paese, dal prepotente Vesuvio che ha provocato la rovina di intere città all’irrequieto Vulcano che nella mitologia greca classica era considerato la sede della fucina del dio del fuoco Efesto. Alcuni vulcani però sono meno avvezzi di altri agli onori delle cronache: ad esempio forse non tutti conoscono i Campi Flegrei del Canale di Sicilia, una regione vulcanica sottomarina situata tra la Sicilia e la Tunisia comprendente ben tredici vulcani sottomarini, cugini dell’omonimo complesso vesuviano. Eppure la natura vulcanica della Sicilia ne ha influenzato la geografia sin dai tempi antichi: da Pantelleria, emersa a più riprese tra 300.000 e 50.000 anni fa, a Vulcano stessa, la cui nascita dal mare nel fragore di esplosioni eruttive è descritta da Aristotele nelle Meteore, alle tante eruzioni marine nel Canale di Sicilia di cui si può trovare testimonianza nella storiografia romana, come quella che originò la cosiddetta Isola Ferdinandea. Non preoccupatevi se durante la vostra scorsa vacanza in Sicilia nessuno vi ha proposto una visita a quest’ultima: a meno che non vi dilettiate di escursioni subacquee è perfettamente normale, dato che in questo momento si trova a circa sette metri sotto il livello del mare.

La pagina del diario di Constant Prévost (co-fondatore della Società Geologica Francese) stilata durante la sua spedizione di studio dell’isola, con alcune riproduzioni di disegni dell’epoca che ne ritraggono la nascita e la scoperta.

Come si suol dire, infatti, il mare dà, il mare toglie: il primo “avvistamento” dell’isola risale al periodo delle guerre puniche, quando l’attività vulcanica fece emergere dalle acque una piattaforma composta da materiale roccioso eruttivo facilmente erodibile; le onde del mare, quindi, non impiegarono molto tempo prima di sbriciolarla totalmente. In seguito l’isola riemerse brevemente in altre occasioni, l’ultima delle quali tra il giugno e il luglio 1831: ne furono testimoni gli abitanti della vicina Sciacca (a circa trenta chilometri di distanza) come il Canonico Michele Arena, che riportò di cimiteri di pesci morti per le esalazioni e di un forte ed acre odore di acido solfidrico proveniente dal mare, tale da annerire l’argenteria nelle case. Secondo il Canonico i “testimoni […] osservarono un getto d’acqua a cui tennero dietro colonne di fiamme e di fumo che si elevavano ad un’altezza di 550 metri circa. Il 16 luglio si vide emergere la testa di un vulcano in piena eruzione […]. Presto si vide emergere un’isoletta che crebbe sempre in eruzione e raggiunse, il 4 agosto, una base di tre miglia di circonferenza (4 chilometri quadrati) ed un’altezza di sessanta metri”.

La neonata isola attirò quindi quello stesso agosto studiosi da tutta l’Europa: per primo giunse l’inviato della Deputazione Sanitaria di Sciacca, seguito da docenti di geologia dell’Università di Berlino, dal fisico e storico Domenico Scinà che agiva per conto del Regno Unito e dal professor Carlo Gemellaro dell’Università degli Studi di Catania, che stilò una relazione per conto del Regno delle Due Sicilie proponendo di chiamare l’isola Ferdinandea in onore del suo re Ferdinando II di Borbone. La contesa politica subentrò presto a quella scientifica: gli Inglesi rivendicarono per primi il dominio sulla formazione il 2 agosto, ribattezzandola Isola di Graham; di contro il 17 agosto con regio decreto Ferdinando II di Borbone la annesse al suo Regno. La contesa proseguì fino a settembre, quando una spedizione transalpina guidata dal co-fondatore della Società Geologica Francese Constant Prévost giunse in loco a scopo di studio e colse l’occasione per piantarvi bandiera e ribattezzarla  Julia, in onore del suo mese di nascita. L’isola, ignara dell’accesa disputa che proseguiva ormai da mesi, continuò imperterrita ad erodersi ed abbassarsi, fino a scomparire completamente il giorno 8 dicembre 1831. In seguito Ferdinandea (o Graham, o Julia, Corrao, Nerita, Hotham, Sciacca…) rimase fuori dagli onori delle cronache fatto salvo per due occasioni, nel 1968 quando con il terremoto nella Valle del Belice si pensò potesse tornare a manifestarsi e nel 1986 quando fu scambiata dalla U.S. Air Force per un sottomarino libico e bombardata.

Chiusa così la sua carriera politica*, l’isola è tornata oggetto di una serie di importanti studi tra il 1999 ed il 2006 da parte dell’INGV di Catania. Gli studiosi, guidati dall’esperto di subacquea Domenico Macaluso, hanno infatti riconosciuto vicino al Banco di Graham (così la troverete segnata oggi sulle carte nautiche) un altro cratere ed una faglia a oltre cento metri di profondità, lungo la quale erano allineate tre grandi colonne di gas con un diametro superiore ai trenta metri ciascuna. E’ stata così fatta una sensazionale scoperta, a detta dello stesso Macaluso avvenuta quasi per caso l’ultimo giorno di ricerche: a poche miglia dalla costa sud della Sicilia si trova un enorme vulcano sottomarino, con una forma a ferro di cavallo e grandezza poco inferiore a quella dell’Etna stesso (anche se con minore altezza, dato che si solleva di solo 500 m circa dal fondo del mare), che si estende su un’area di circa 35 chilometri per 25. Gli è stato dato il nome (questa volta univoco!) di Empedocle, dal filosofo e naturalista greco che secondo lo storico Diogene Laerzio si gettò a capofitto nel cratere dell’Etna per accreditare, con la sua sparizione, la voce che fosse stato assunto tra gli dei. Empedocle è dunque il tredicesimo vulcano a comporre il complesso dei Campi Flegrei del Mar di Sicilia.

Il Banco di Graham ed i numerosi edifici vulcanici che lo accompagnano coronano un grande rilievo sottomarino (25 X 30 km) che ha la forma di un ferro di cavallo e che, 20 km a sud della costa, domina la piattaforma continentale siciliana prospiciente Sciacca (batimorfologia di Giovanni Gabbianelli; © INGV – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – link).

Lo studio di Empedocle sarà fondamentale per migliorare la nostra conoscenza sulla pericolosità vulcanica, sismica e di tsunami nell’area siciliana: una sua eruzione violenta, oltre ad un terremoto, potrebbe infatti generare uno tsunami che sarebbe in grado di raggiungere le coste della Sicilia sud-occidentale nel giro di 10-12 minuti. Per non creare allarmismi ingiustificati è necessario continuare a monitorare la zona e raccogliere dati, dal momento che purtroppo non ne abbiamo di antecedenti al 2006, quando è stato posizionato un sensore di pressione sulla vetta sottomarina dell’isola per la registrazione dell’attività sismica dell’importante edificio vulcanico. Solo una migliore conoscenza fisica ci permetterà infatti di prendere eventuali provvedimenti mirati a ridurre il rischio associato.

Laura

* Fino ad un certo punto: almeno nella sua propensione alle rentrée, sembrerebbe infatti molto italiana. Quando si sparse la voce della ripresa degli studi, nel 2000, il Times pubblicò un articolo dal titolo “Un’isola britannica sta emergendo davanti alle coste siciliane”; il responsabile degli studi Macaluso rispose con una provocazione invitando il principe Carlo discendente dei Borbone ad affidare ai Siciliani ciò che restava dell’isola. Fu quindi posta sulla sua sommità sommersa una targa di marmo su cui si poteva leggere: “Questo lembo di terra un tempo isola Ferdinandea era e sarà sempre del popolo siciliano”; appena due mesi dopo, però, la lapide venne distrutta da un atto vandalico. La soluzione politica proposta successivamente da Macaluso è stata l’istituzione di un’area marina protetta sotto l’egida dell’Unione Europea.

Per maggiori informazioni:
INGV – Sezione di Catania
Global Volcanism Program – Smithsonian Institution

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